domenica 20 dicembre 2009

Apocalisse di giorni non solenni

digiuni silenziosi che sfociano

 

dapprima ognuno è proprio convinto

d'essere giunto per una ragione

 

so cos'è stata la mia vita fin qua

e una parte del dolore rimane

 

un catarro acre che non si scioglie

non riceverà nome, non avrà luce

 

non mi consola pensarla come alcuni

nel vento urla un mistero: acciuffalo.

 

perché la società non è un'arca

ma il rimorchiatore dal porto al mare

 

e vedere e sentire insieme

essere l'utilizzo di una materia

 

sottile pulviscolo che anima

abitando il sogno, la memoria e

 

ogni narrazione liquida e viva

la notte da percorrere che crea

 

il parto finale della tua luce

scoprire nella pioggia che l'arca sei tu

 

il giorno che costruisci la porta

devi non sapere chi un giorno busserà

 

molti scoprono tardi che la fede

è proprio questa roba qua

 

©Gabriele Via      

sabato 19 dicembre 2009

lo capisci quando cade la neve

Il parere di Adamo, se c’è

lo capisci quando cade la neve

 

allora il mondo era già capovolto

e per l'inquietudine di crescere

 

prima di non far niente

facciamo sempre qualcosa

 

fra poco farà freddo

e non lo riconosci prima

 

il freddo non si muove

la morte non cammina

 

e quando resti sul vagone, fermo

sembra tutto muoversi

 

ma se prima ti muovevi tu

era volare sul mondo incantato

 

così per un po' crederai, ancora

di trovarti da queste parti, vivo

 

Quando la mia vecchiaia era invisibile

e la casa immensa

dalle finestra una luce pulviscolare

inondava tra persiane francesi

gli ampi vani il corridoio infinito

e l'ariosa cucina che apriva

una finestra di marmo marino

dove sull'estremo cielo

l'urlo dei gabbiani era lungo

come il verso dei rimorchiatori

che tornavano al porto

dopo avere spinto in mare il corpo

pesante delle navi da carico

ero felice, non lo sapevo

 

la terrazza

quadrata

sovrastava

l'arco che legava il palazzo al grumo di tetti

d'ogni sorta (dove una volta correva

nottetempo il brigante saracino) ora

gremiti di sbilenche antenne tv.

I gerani. I tratti di luna col gesso, fatti e rifatti

per terra. La tartaruga. I nostri salti

a gambe aperte. La sosta di fenicottero

nel quadratino. La conta. Ultimo salto.

Dietro front. Sentinella, fichi d’india,

schiaffo del soldato

tutto era casa, senza dubbio.

 

Attorno c'erano i grandi. Il nome

che i vecchi davano a tutti quelli

che non erano fanciulli. Uno dei vecchi,

la cui attività principale costituiva nell'abitare

contemporaneamente

in molti mondi allo stesso tempo,

ogni tanto girava il capo verso di me

e diceva: loro sono grandi.

Ogni strada iniziava da me.

 

Facciamo sempre qualcosa

per l'inquietudine di crescere

 

prima di non far niente

il mondo già allora era capovolto

 

di Dio parlano tutti quanti

ma chi ha usato il bagno prima di me?

 

crederai così ancora per un po'

di trovarti da queste parti, credo

 

non solo tempo

non solo spazio

 

ma una luce insieme

solo tutto quel che viene

 

lo capisci quando cade la neve

il fragile incanto del tuo parere

 

 

 

©Gabriele Via

lunedì 14 dicembre 2009

Ricominciare nel candore della neve

Voilà: relazione e identità

 

la poesia che parla di qualcosa

arriva sempre e solamente

fino ad un certo punto

del rumoroso, sordo e cieco

non dire niente, in molti modi:

e qui giunta, quando non prima deceduta

emette un pensiero dubitativo

senza forma, senza sostanza,

senza desiderio, senza memoria,

senza altro: ossia un’unica, triste,

solitaria e pericolosa certezza:

immune addirittura al demone

della nostalgia, una idolatria

pragmatica senza divinità.

 

Vorrei dire insieme due parole

dovrò però dirne una prima dell'altra

poi decido che fa lo stesso:

risolverò la cosa altrove (non so dove)

in un altro momento (non so quando)

ci sarà, credo, un tempo e un luogo

per risolvere la cosa

 

ma modo per risolvere la cosa

se la cosa è proprio quella lì

forse

non c'è

prima o poi si corre il rischio di capire

incomprensibilmente

che la lontananza può darsi

che non sia una distanza

ma la sostanza di un senso vivo

di un'alternanza che ti procura diversità

la lontananza è la cosa più vicina che c'è

il senso unico del verso

il prima o poi che intreccia i cavi

e ti rivela. Lo scherzo di una stanza.

 

Perché il nocciolo della questione

non ci è mai estraneo

ma neppure si conserva in dispensa

la lampadina che illumina il giorno

nello stesso luogo in cui si era

abbuiata la notte...

 

illuminare il giorno

(questo nessuna parola lo sa)

non è possibile: né prima, né poi.

 

Il mistero non è un problema nascosto

nel mantello della notte da illuminare

 

Metà delle parole che adoperi

sono scritte alla lavagna

 

Il mistero è una voce fatta di parola

che come una cometa si muove dal cielo

fino a scaldarti il cuore

il fatto che un cane mi faccia compagnia

non va risolto.

 

I proiettili non uccidono

e l'anima non muore

il problema è che nascere non è una malattia

la pioggia non è un giudizio

e le tue lacrime hanno tutti i profumi di un fiore…

 

Ma libri, statue, foto, e bandiere bruciate

non fanno concime, confondono

solamente un inizio con la fine.

 

Vorrei dire due parole insieme:

 

ascolto

silenzio

 

…Ma ne viene sempre una terza

due più due è due più due

che poi faccia quattro

giochi alla belle statuine

o inciampi in un gioco dispari di specchi

 

io

non mi devo dimenticare mai

di ciò che è, se ho bisogno di ciò che fa.

 

L'indicibile metafora di una rima

tu non lo credi ma fa meglio, fa prima

 

l'infinito remoto continuerà

 

ma la speranza senza oggetto

non dev'essere un progetto